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Proporre un iniziativa nuova porta dei rischi ma
anche delle grandi soddisfazioni quando i risultati
sono tangibili. In una città come Trieste,
appendice estrema dell’Italia, stretta tra confini
reali ed invisibili, incuneata nell’altipiano
carsico ed affacciata sul Mare Adriatico, carente
di vie di comunicazione eppure multietnica e multiculturale,
in questa città, lo scorso anno, l’Associazione
Culturale Acquamarina avvia un’iniziativa molto
ambiziosa: un concorso internazionale sull’arte
digitale visiva denominato “The brain project”.
Un’edizione prova, senza grandi aspettative,
con un tema che rispecchia la città: “Confini”.
Non si sperava in una grande partecipazione tuttavia
la risposta della “web art comunity” non
è mancata, anzi, è stata davvero lusinghiera.
Hanno partecipato 309 artisti da tutti i cinque continenti,
per un totale di 42 Paesi, dei quali 24 europei, 8
americani (nord,centro e sud America), 7 asiatici,
2 africani ed 1 del continente australiano.
Giulio Montenero, critico d’arte triestino,
che ha curato la prima edizione del concorso, vede
nell’arte digitale visiva prodotta dall’elaboratore
la dimostrazione nuovissima di una verità antica
quanto l’uomo e scrive che: “Dai graffiti
preistorici nelle caverne alla composizione elettronica
non vi è progresso: l’opera d’arte,
se è arte, nasce sempre perfetta, né
superiore, né inferiore ad ogni altra opera
d’arte, in ogni età, in qualsiasi tecnica,
in tutti gli indirizzi” e riferendosi alle trenta
opere esposte nella mostra del primo concorso fa notare
che sono il primo saggio di una futura enciclopedia
della storia dell’arte rivissuta tutta al presente,
vicina tutta a ciascun fruitore, anche se proviene
dagli antipodi. Il suo contributo continua con queste
parole: “E’ un riuscito collaudo della
possibilità di comunicare, di intendersi fra
uomo e uomo, di scambiarsi il peso delle emozioni
e il soffio degli impulsi ideali fra persone che non
si conoscono, che non hanno nulla in comune, né
la lingua, né la religione, né la cultura
nazionale, né la concezione sociale. E’
il vero esperanto, immediatamente comprensibile a
tutti. E’ lo strumento di una solidarietà
umana universale”.
Forte del successo della prima edizione, l’Associazione
Culturale Acquamarina, che ha come finalità
la promozione e la divulgazione dell’arte, ha
indetto “The brain project - 2007”.
Un’edizione per certi aspetti rinnovata perché,
pur rimanendo inalterata la selezione dei trenta artisti
ai quali, avendo ottenuto il miglior punteggio dalla
giuria, viene dedicata la mostra del concorso ed il
catalogo, questa volta sarà premiato il vincitore
assoluto del concorso. Al vincitore verranno offerte,
nell’edizione del concorso successiva alla sua
partecipazione, una mostra personale, una monografia
e l’invito ad essere membro della giuria.
Perciò, lo spazio, che l’anno scorso
è stato dedicato al precursore e Maestro della
Computer Art: Edward Zajec, che ci ha pregiati della
sua presenza in giuria, in qualità di Presidente,
e delle sue opere nell’ambito della mostra del
concorso, quest’anno è dedicato al vincitore
di “The brain project – 2006”: il
fiorentino Riccardo Paci, ingegnere informatico e
artista.
Riccardo Paci alcuni anni fa indirizza la propria
ricerca artistica verso le tecnologie informatiche
e sviluppa alcuni software per l’elaborazione
delle immagini, mettendo a punto un software per creare
“puzzle di fotografie digitali”. Grazie
al continuo sviluppo del software e all’ampio
archivio costruito ad hoc sui temi foglie, fiori,
frutti realizza le opere del tema Occhi. Presenta
al concorso “Occhi 9” e viene premiato
dalla giuria con il massimo dei voti. E’ un’opera
che rappresenta un occhio nelle sfumature del rosa,
viola, lilla, azzurro e marrone se guardata ad una
certa distanza ma avvicinandosi la visione d’insieme
si sfalda in centinaia di pezzetti irregolari di immagini
di fiori, frutti e arbusti e schegge di cielo. L’autore
può aver voluto così rappresentare uno
sguardo sulla natura quindi sulla vita, nelle sue
porzioni di diversità, di individualità
o sottolineare, con armonia, il caos che diventa unità
e/o viceversa, ed ancora, dare una raffigurazione
poetica all’occhio inteso come “finestra
dell’anima” dove la frammentazione può
simboleggiare i mille pensieri, desideri, sogni dell’umanità,
oppure nell’intento di rappresentare l’importante
funzione percettiva dell’occhio umano il quale,
nonostante riceva centinaia di impulsi e sollecitazioni,
riesce sempre a comporre una visuale d’insieme.
Tuttavia Riccardo Paci, con quest’opera, ha
centrato la tematica ed affascinato la giuria.
Ben diverso da “Confini”, ma non meno
impegnativo, il tema proposto nella nuova edizione
del concorso è stato: “Attrazione - Attraction”.
Anche questo un tema di non facile interpretazione
ma proprio per questo gli organizzatori del concorso
hanno voluto invitare l’artista ad esprimersi
più liberamente possibile offrendo un ventaglio
di modalità di rappresentazioni sia concettuali,
astratte che figurative.
L’ “attrazione” può essere
intesa come forza, gravità o spinta ma anche
come attrattiva, divertimento, fascino, impulso, richiamo,
spettacolo anche come curiosità o conoscenza
o come invito alla riflessione ed alla conseguente
rappresentazione dell’”attrazione”
che nasce nell’incontro con le diversità
iniziando da quelle geografiche a quelle culturali,
di razza, di credo, di nazionalità, di sesso.
La risposta degli artisti è stata quasi simultanea
alla pubblicazione del nuovo bando sul sito www.thebrainproject.eu.
Pochi giorni dopo erano già arrivate alcune
iscrizioni che, con il passar del tempo e l’avvicinarsi
del termine della scadenza del concorso, avevano superato
il già soddisfacente risultato dello scorso
anno. Quindi, al concorso “The brain project
2007” si sono iscritti 410 artisti (di cui 8
fuori concorso) da 55 Paesi diversi di cui 27 europei,
11 asiatici, 9 americani (nord, centro e sud America),
6 africani e 2 del continente australiano.
Un risultato che ha superato ogni aspettativa non
soltanto per numero di iscritti ma anche per la buona
qualità artistica dei lavori. Risultato certamente
ottenuto grazie al lavoro di divulgazione dell’iniziativa
da parte di Paolo Trento, responsabile e coordinatore
del sito internet del concorso e di Maurizio Bekar,
che ha curato l’ufficio stampa.
La giuria composta da Riccardo Baldassarri, ideatore
del concorso e fotografo, Annamaria Castellan, presidente
dell’Associazione Acquamarina e coordinatrice
del concorso, Emanuela DeMarchi, regista e presidente
di Mis Mas Eventi, Spettacolo e Formazione, Antonio
Giusa, curatore di Spilimbergo fotografia, Riccardo
Paci, vincitore di “The brain project 2006”,
artista e ingegnere informatico, Tatjana Rojc, critico
letterario e Alessandro Rosada, gallerista e poeta,
non ha avuto un compito facile nell’analizzare
e votare le 402 opere arrivate. Ciascun giurato ha
svolto singolarmente le operazioni di voto tramite
il sito internet senza aver contatti con gli altri
giurati, senza conoscere i nominativi e la provenienza
dei concorrenti, questo per garantire la massima imparzialità
nel voto. Mentre il calcolo dei voti assegnati è
stato affidato al computer, per mezzo di un software
creato appositamente.
Le trenta opere selezionate dalla giuria rappresentano
invero ma in modo esaustivo i lavori presentati al
concorso e, se nel catalogo vengono pubblicate in
ordine alfabetico rispetto al nome dell’autore,
per la mostra è stato studiato un percorso
espositivo. Si è quindi scelto di iniziare
proprio con i lavori che coinvolgono il genere umano.
Rob Hassan di Round Lake Beach negli Stati Uniti con
“attraction forever” propone un luogo
ideale, surreale di terre tondeggianti collegate da
ponti con una coppia che, tenendosi per mano, si staglia
nella luce dell’orizzonte, anche Pedro Nunes
di Porto nel Portogallo si è ispirato con una
rappresentazione futurista ad una coppia. Giovanni
Auriemma di Viterbo, già selezionato tra i
primi trenta nel concorso dello scorso anno, ha portato
“L’attrazione nel doppio” un’immagine
speculare di una figura femminile sognante sospesa
tra cielo e terra di vago richiamo magrittiano, Allegra
Lucarelli di Milano invece ha presentato una fotografia
in bianco e nero di un abbraccio tra un uomo ed una
donna anche Adela Babanova di Praga nella Repubblica
Ceca ha proposto la fotografia a colori di un abbraccio
ma tra madre e figlia ispirandosi ad un famoso dipinto
del 18° secolo di Jeanne-Lucie-Louise “Mme
Vigee Lebrun and her daughter”, al contrario,
Rita Soccio di Recanati ha interpretato l’attrazione
richiamandosi alla pop art con uno spiccato senso
dell’umorismo utilizzando le effigi di due personaggi
di due note marche commerciali: Lindo e Stella. L’attrazione
per Roberto D’Orco (+orco) di Bisceglie è
rappresentata da una coppia di amanti che comunicano
per mezzo del web e della web cam, una tematica attualissima
e centrata. Daniela D’Andrea di Messina con
l’immagine “Silenzio” è la
vincitrice di “The brain project – 2007”.
Semplice è il taglio del ritratto di una donna
mediorientale con uno sguardo attonito e magnetico
dove nelle pupille è raffigurata la sofferenza,
la violenza. Un immagine forte, cruda e di denuncia
che ben rappresenta il periodo storico in cui stiamo
vivendo. Emeka Ogboh di Lagos in Nigeria ha presentato,
invece, “Curiosity” una particolare inquadratura
di bambini nigeriani. Ancora un’immagine centrata
sullo sguardo inteso come attrazione che raffigura
una donna ritratta in una spiaggia è stata
inviata da Michal Podobycko di Lodz in Polonia. Il
ricco ed affascinante lavoro di Kazuhiko Nakamura
di Kawasaki-City, Kanagawa in Giappone, interpreta
la novella “La metamorfosi” di Kafka,
con esplicita denotazione arcimboldesca, dove il volto
di un uomo è interamente formato da insetti
e scarafaggi. Natalia Saurin di Milano presenta, con
un lavoro fotografico realizzato in una cucina, un
aspetto di attrazione ossessiva tra un oggetto ed
una persona (fobici e volto donna). L’attrazione
per il viaggio è raffigurata da Benedetto Riba
di Campiglione Fenile come Vladimir Moldavsky di Odessa
in Ucraina sebbene Benedetto preferisce una tecnica
figurativa, Vladimir opta per una rappresentazione
simbolica e surreale. La raffigurazione di una scena
violenta vista dall’alto di Trevor Pack di Rovereto
in Italia fa riflettere sull’attrazione che
l’uomo può avere nei confronti della
morte. E’ di ben altro tenore il quadro di Moran
Barakdi Tel-Aviv in Israele che propone l’attrazione
per una particolare atmosfera in una serata sulla
spiaggia al calore di un falò con l’accompagnamento
del suono di una chitarra. Interessante è l’interpretazione
di Sara Fittipaldi di Padova che raffigura l’attrazione
verso l’arte ambientando l’opera in una
galleria dove un uomo fa l’azione di entrare
in un quadro. L’attrazione della luna è
rappresentata da Elisabetta Gon di Mariano del Friuli
con un’opera astratta come astratto è
il lavoro di Rubens LP di San Paolo del Brasile che
con gesto raffinato e grafico rappresenta l’attrazione
tra due leoni. Concettualmente sfruttata ma ben rappresentata
è l’immagine presentata da Simonetta
Busetto di Spinea nella quale è raffigurata
con una metafora l’attrazione degli spermatozoi
per l’ovulo. Non meno efficace è l’attrazione
che Daniel Munteanu di Deva in Romania ha per la luce,
la rifrazione e le trasparenze, quindi, per questo
concorso, ha creato un’immagine da fiaba. Anche
Miriam Chermaz di Trieste è rimasta affascinata
dalle trasparenze di un’ape appoggiata su di
una margherita, immagine proposta in bicromia. Edward
Hill di Londra in Gran Bretagna ha realizzato un’iride
composta dal lato destro e sinistro dai palazzi che
danno sul Canale di Sant’Antonio di Trieste,
questi palazzi si riflettono nella pupilla dove al
centro, in profondità, si può immaginare
di scorgere la vastità dello spazio. Una rielaborazione
grafica della città di Buenos Aires ed una
rappresentazione fantastica di un labirinto metropolitano,
ambedue ispirate a costruzioni umane dove gli uomini
percorrono in solitudine le loro strade, sono i lavori
inviati da Stefano Cento di Torino e di Sergey Skachkov
di Novosibirsk in Russia. Un’altra immagine
relativa alla desolazione urbana è quella di
Michele Petrelli di Taranto che propone una rappresentazione
surreale di carrelli della spesa che vengono attratti
da un vassoio di monete. L’aspetto della forza
dell’attrazione magnetica viene rappresentata
da Emilio Zangiacomi Pompanin di Cortina il quale
presenta un immagine d’architettura precaria
eppure solida in conflitto con la legge gravitazionale
dal titolo “Gli architetti dell’impossibile”
invece Paolo Gaetano De Maio di Pasian di Prato ispirandosi
al lavoro di Escher si cimenta nella rappresentazione
del concetto matematico dell’infinito sviluppandolo
attraverso la prospettiva e la specularità.
Un pianeta peculiare composto da due anelli uno orizzontale
ed uno verticale è l’interpretazione
dell’attrazione di Pierpaolo (Plinio) di Marsano
di Sant’Angelo in Lizzola. Conclude il percorso
espositivo della mostra “The brain project –
2007” dedicata all’Attrazione/Attraction
il lavoro di David Ramponi di Ancona con la rappresentazione
di un’onda magnetica, una perenne tensione tra
la forza dell’attrazione e quella della repulsione.
Il rincrescimento degli organizzatori è quello
di non poter dare uguale rilevanza a molti degli ottimi
lavori non selezionati che tuttavia saranno pubblicati
nella galleria virtuale del sito internet.
Va, invece, a Daniela D’Andrea, vincitrice assoluta
di questa edizione del concorso, i complimenti più
vivi per aver interpretato e comunicato con efficacia
e particolare sensibilità il dramma che affligge
la nostra società: la carenza di comunicazione
e l’aumento della violenza tra il genere umano
e nello specifico verso il genere femminile, dove
e non solo, in certe zone del mondo perdurano tradizioni
di violenza carnale e psichica. L’opera della
D’Andrea è un’icona di denuncia
che porta l’effige una donna testimone inerme
del dolore e della solitudine senza speranza con il
velo e negli occhi la sofferenza. In questo lavoro
l’attrazione è rappresentata dall’immagine
in sé, in quegli occhi magnetici che attirano
lo sguardo dove si scorge un messaggio forte che inevitabilmente
induce alla riflessione.
In questo frangente, credo, sia importante far notare
come sia lo scorso anno, sia quest’anno hanno
vinto due immagini che raffigurano l’occhio
umano, lavori tra l’altro votati da due giurie
diverse.
L’obiettivo di “The brain project”
è quello di dare all’arte digitale visiva
una connotazione nell’ambito delle altre espressioni
artistiche e vedere la direzione che prende perciò
è importante sottolineare che quasi tutte le
opere prevenute sono state realizzate attraverso contaminazioni
tra l’arte digitale con le altre arti quindi
si riconferma il fatto che gli artisti, oggi, intendono
l’arte digitale quale tecnica ulteriore o nuovo
mezzo artistico al fine della creazione e/o realizzazione
delle opere, rare sono le immagini che sono state
concepite e realizzate esclusivamente dal computer.
Ciò significa che siamo ancora lontani dallo
sfruttamento della miniera di possibilità costruttive
ed espressive dell’arte digitale visiva ma bisogna
ricordare che siamo appena alle prime luci dell’alba
nell’epoca computerizzata e non mancano le sorprese.
In questa fase conclusiva di “The brain project
– 2007” è doveroso ricordare e
ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla
buona riuscita dell’iniziativa dagli Enti ed
Amministrazioni quali la Direzione Regionale della
Cultura, Istruzione, Sport e Pace della Regione Friuli
Venezia Giulia, il Ministero per i Beni ed attività
Culturali, Biblioteca Statale di Trieste il Credito
Cooperativo del Carso , e Foto Mauro; alle persone,
quindi: per la Direzione Regionale della Cultura,
l’Assessore Dott. Roberto Antonaz, Mara Luchetto,
Erica Slatich e Annamaria Richter; per il Credito
Cooperativo del Carso, il Dott. Adriano Kovacic e
Sabina Citter; per la Biblioteca Statale il Dott.
Marco Menato e la Dott.ssa Maria Angela Fantini; tutti
i componenti della Giuria che si sono dedicati con
grande professionalità e disponibilità:
Riccardo Baldassarri, Dott.ssa Emanuela DeMarchi,
Dott. Antonio Giusa, Ing. Riccardo Paci, Prof.ssa
Tatjana Rojc e Alessandro Rosada; poi Paolo Trento,
Maurizio Bekar, Dott. Giulio Montenero, Silvia Agostini,
tutti i partecipanti al Concorso ed a molti altri
che magari in questo momento i loro nomi sfuggono
ma sono stati egualmente importanti.
Infine, desidero concludere con una citazione sull’arte
prendendo spunto dall’opera di Kazuhiko Nakamura
che si è ispirato a “La metamorfosi”
di Franz Kafka, lo stesso autore in “Preparativi
di nozze in campagna” scriveva: “L’arte
vola attorno alla verità, ma con una volontà
ben precisa di non bruciarsi. Il suo talento consiste
nel trovare nel vuoto oscuro un luogo in cui (…)
si possano potentemente intercettare i raggi luminosi”.
Annamaria Castellan
Presidente Associazione Culturale Acquamarina
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Considerazioni sull’arte digitale
E' difficile definire davvero che cosa sia la "
Computer Art". Almeno per me. Credo che, attualmente,
non ci sia una sola definizione esatta ed oggettiva.
Esistono varie interpretazioni date ai lavori fatti
con il computer che vengono spesso integrati sotto
le generica e ,a volte, anonima denominazione di "Arte
Digitale". A mio parere, la Digital Art è
una rappresentazione grafica d'immagini fatte o coordinate
con il computer con lo scopo di esprimere "dimensioni
artistiche".
Purtroppo, l'artista digitale è stato considerato
da alcuni come un artista di serie b o peggio che
non sia un "vero artista" ma piuttosto un
"grafico" a causa del fatto che questa nuova
forma d'arte viene fatta facilmente con l'uso dei
potenti mezzi grafici del computer. A volte, l'arte
digitale viene posta sul piano di aride elaborazione
grafiche o semplici fotomontaggi, usando l'ultimo
plugin o applicazione. La composizione tecnica è
certe volte semplice nella manipolazione delle immagini
ma la creatività e la fantasia che c'è
dietro è unica, e può essere legata
anche a un ampio contesto culturale.
L'artista digitale è un originale artigiano
del virtuale: come, per esempio, un falegname costruisce,
misura, modella, assembla ,rimonta e restaura fino
a quando ha compiuto il lavoro desiderato, così
avviene nell'arte digitale dove l'artista invece di
usare il martello, i chiodi ,la sega o la vernice
si serve di foto o di varie elaborazioni grafiche
grazie agli effetti degli editor o disegnando con
programmi informatici.
Non sono quadri. Elaborati grafici? Non sono elaborati
grafici. Sono qualcosa che si ottiene coi nuovi mezzi
della modernità, sorprendente come nel XVI
secolo sarà stata l'acquaforte. O come la fotografia
più tardi. Dissero che la fotografia era la
condanna a morte della pittura. Tutt'altro, relegando
la fotografia ad un aspetto di documentazione del
reale, la pittura ha avuto lo slancio necessario per
rappresentare l'impossibile.
L'essenza vitale della realtà, che viene colta
mediante l'intuizione, trova la sua diretta espressione
nelle creazioni artistiche digitali dove è
possibile proiettare la vita della nostra coscienza
per mezzo dei potenti mezzi dell'informatica applicata
all'immagine. Se mi limito a scattare delle foto finisco
solo per dare una descrizione oggettiva di quell'ambiente
ma se sottopongo quelle foto a degli opportuni effetti
grafici dettati dalle mie sensazioni in quel luogo
allora riesco a esprimere
la mia interiorità perché quelle immagini
trattate avranno ombre , colori e distorsioni particolari
che ho intuito per esprimere il mio stato d'animo.
L'artista digitale deve servirsi della sua creatività
per esprimere propria quella volontà di potenza
di cui parla Deleuze riferendosi al pensiero di Nietzsche
che non consiste assolutamente in una cieca e assurda
volontà di oppressione ma ,al contrario, si
tratta di una passionale volontà di ribellione
e di critica al potere costituito per riscattare le
nostre profonde aspirazioni. Con i nuovi mezzi digitali,
noi abbiamo finalmente la possibilità interattiva
e cognitiva di reagire alla massificazione mediatica
fino a esprimere e liberare noi stessi anche attraverso
uno stile "dionisiaco".
L'opera digitale non deve seguire la effimera logica
pubblicitaria, fondata nella falsificazione e nella
duplicazione distruttiva del reale sotto forma di
iper-realtà ma, al contrario, l'artista digitale
deve fare in modo che la sua creazione non sia falsità
ma espressione vitale in cui l'immaginazione trova
la sua compenetrazione critica con il reale dietro
la spinta della "volontà di potenza".
E' in questo modo che l'artista digitale lavora a
favore di una diversificazione dell'immagine in opposizione
all'anonima desertificazione mediatica.
Il progetto Brain è solo un'altra goccia nel
mare dell’informazione, ma dimostra che il processo
di desertificazione mediatica e culturale può
essere reversibile, a vantaggio degli artisti e soprattutto
di chi ne fruisce le opere.
Riccardo “Tetrarca” Baldassarri
Ideatore di “The brain project”
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Sappiamo bene che siamo gente deterritorializzata.
Gente che ha condiviso uno spazio di dialogo virtuale
e virtuoso, sul web, e attraverso un concorso fotografico.
Un concorso che ha chiesto di osservare la realtà
sotto la lente d’ingrandimento dell’attrazione.
L’attrazione è energia vitale, è
moto verso un altro, verso un progetto, verso qualcosa
che desideriamo, forse ancora prima di averne reale
contezza.
Scrive Hans Georg Gadamer che “la scambievole
comprensione la si può conseguire in virtù
di una «fusione d'orizzonti»”.
Si tratta di orizzonti cognitivi, che vengono tracciati
e allargati assommando singole esperienze di vita.
Con il progetto al quale abbiamo partecipato abbiamo
intrecciato riflessioni, pensieri, immagini. Insomma
abbiamo intrecciato esperienze, visioni che portano
con sé una differente pratica di vita. Una
differente visione dell’attrazione.
Questa «fusione d'orizzonti», richiesta
da una autentica comprensione scambievole, può
davvero saldarsi in prospettiva, in una esperienza
veramente condivisa. E non si può certo pensare
di condividere un'esperienza, senza condividere uno
spazio.
Ecco che lo spazio sul web messo a disposizione dall’Associazione
Acquamarina, spazio condiviso da partecipanti, organizzatori
e giurati segna la condivisione di una esperienza,
anche se non conosciamo l’uno il volto dell’altro.
E’ uno spazio che sembra offrire la possibilità
di superare frontiere geografiche e culturali, sembra
far sperimentare un dialogo, un’utopia.
Il tema Attrazioni ha appasionato molti, da diversi
paesi. Ed ha appasionato anche chi ha dovuto dare
un giudizio alle singole immagini. Se dovessi pensare
ad un’immagine, a mia volta, che esprima le
sensazioni vissute nel guardare le immagini, parlerei
dei partecipanti al concorso come gente nomade inquieta.
Gente nomade che viene da mondi diversi e che ha
viaggiato nel proprio immaginario, nelle proprie sensazioni
per dare una forma digitale all’attrazione.
Una forma che sembra avere i tratti forti dell’ambivalenza:
sempre a metà, dunque, tra bene e male, tra
sogno e incubo, tra luce e tenebra, tra innocenza
e peccato.
Gente nomade che ha compiuto un breve viaggio nel
proprio immaginario personale, strettamente individuale.
Un viaggio all’insegna delle proprie emozioni
nello scoprire cosa desideriamo, cosa siamo. Un viaggio
che sembra accomunare tutti secondo la dimensione
del sé. Ecco la cifra che mi pare si riesca
a cogliere nelle fotografie giunte via web: una attrazione
irrestibile verso la scoperta e verso la definizione
della nostra individualità. E forse è
l’altrove che ci manca.
Da un punto di vista spirituale il viaggio è
una spinta temuta o inconfessata verso un altrove
che ci manca.
Altrove può essere qualsiasi: altrove può
essere una persona particolare, altrove può
essere un luogo, può essere un bisogno o un
desiderio specifico.
Ogni viaggio è una tensione verso un altrove.
Il viaggio chiede un oltre, e non è solo un
andare in giro ma comporta un cambiamento di contrade
e una trasformazione, una trasfigurazione interiore.
Viaggiare non è raggiungere una meta, ma esporsi
all’insolito.
L’insolito è là dove è
possibile scoprire solo per una notte o per un giorno,
come il cielo si stende su quella terra, come la notte
dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione
aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la
solitudine fa deserto, il fiume fa ansa, la terra
fa solco, in quella rapida sequenza con cui si succedono
le esperienze del mondo che sfuggono a qualsiaisi
tentativo che cerchi di fissarle e di disporrle in
sucessione ordinata, perché al di là
e al di qua di ogni progetto orientato , il nomade
sa che la tonalità è sfuggente, che
il non senso contamina il senso, che il possibile
eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la
comprensione totale è follia.
Ecco il viaggio, il viaggio dentro il senso dell’attrazione,
della sua difficile comprensione e concretezza. Un
viaggio difficile da compiere, ma che è valso
la pena per i molti partecipanti al concorso, di essere
stato fatto.
Emanuela DeMarchi
Componente della giuria “The brain project –
2007”
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Il bilancio finale del concorso internazionale “The
Brain Project - 2007” è stato più
che positivo, infatti oltre alla copiosità
dei partecipanti, più di 400, vi è stato
un numero veramente importante di validissime opere.
Queste sono state realizzate nei più svariati
modi: partendo da fotografie, disegni o tele digitalizzate
ed elaborate, partendo dallo “schermo bianco”
per poi tracciare linee e campiture con programmi
di grafica vettoriale e fotoritocco spesso combinati
a tavolette grafiche, infine partendo dalla costruzione
di complessi modelli tridimensionali poi renderizzati
ed elaborati. Il risultato è quanto mai sorprendente:
moltissime opere hanno una fattura eccezionale che
sviluppa l’idea di partenza, spesso nuova e
originale, in maniera ineccepibile. In questo contesto
anche l’interessante lavoro da giurato è
stato quanto mai complesso: come in una spiaggia di
sassi grigi non è difficile scegliere gli unici
due o tre colorati, così in una spiaggia di
sassi variopinti è assai arduo sbilanciarsi
limitando la scelta a poche unità. Tutto questo
per ribadire che le opere meritorie di essere segnalate
per aver saputo risolvere eccellentemente la difficile
alchimia di combinare l’idea innovativa, sempre
fortemente inerente al tema “Attrazione - Attraction”,
con l’eccellente solidità della realizzazione
tecnica per generare nell’osservatore quella
sensazione unica di interazione totale con l’opera,
sono ben più delle trenta vincitrici: sicuramente
anche volendo indicare le prime sessanta, resterebbero
escluse opere di grande spessore.
Riccardo Paci
Componente della giura di “The brain project
– 2007”
vincitore edizione borders 2006
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L'ARTE TRA VERITA' E MENZOGNA
Scrisse Srecko Kosovel, poeta e pensatore sloveno,
una delle più straordinarie voci nell'Europa
degli anni Venti: PESEM MORA BITI KOMPLEKS. La poesia
va intesa come totalità. La poesia per dire
arte. Ma può l'arte definirsi verità?
Per l'artista la risposta non può essere altra,
se non affermativa. Ma per il critico?
L'elaborazione dell'artista rispecchia indubbiamente
una sua ricerca della verità. Che è,
però, un trasferimento che egli fa, nella sua
opera, di una verità rielaborata. A questo
proposito andrebbe fatta, per esempio, una riflessione
sul racconto dei sopravissuti dei lager: quanto rielaborata
risulta essere la memoria della tragedia vissuta è
evidente nel ciclo Non saremo gli ultimi
di Zoran Mušic, ciclo attraverso il quale egli
ci rende partecipi dei propri fantasmi, delle proprie
esperienze, impresse in maniera indelebile nella sua
memoria, che riemergono, però, appena negli
anni Settanta, evidentemente rielaborate dalla sua
sensibilità artistica e dalla stratificazione
delle esperienze successive. Per un sopravissuto,
probabilmente, queste opere non possono combaciare
con il suo ricordo individuale. Per noi, invece, cui
è stata risparmiata una esperienza così
tragicamente segnante, diventano una specie di vissuto
collettivo, di memoria collettiva. Di verità.
Di verità artisticamente mediata, naturalmente.
L'arte, dunque, altro non è, se non menzogna?
E il critico deve porsi difronte a questa menzogna,
considerandola come verità?
L'opera d'arte è un confluire di elementi,
di sistemi che a loro volta formano un sistema a se
stante. Ma può esserci opera d'arte senza un
concetto di fondo? Possiamo definire opera d'arte
un insieme di colori, un susseguirsi di parole, in
cui non vi è, per noi che osserviamo dall'esterno,
un senso? Ed è necessario rincorrere un senso
quando parliamo di qualcosa di così inafferrabile?
L'arte è, sicuramente, una ricerca. Fa parte
del suo processo ontico: la tragedia greca ha già
detto tutto, eppure la letteratura, proprio perché
continua a scavare, continua a produrre cose straordinarie.
I segni che confluiscono nell'arte, sono soltanto
segni. E' il concetto che muove il loro confluire
in qualcosa di unico, a definirne, dunque, la valenza.
Non conta, in tal senso, il carattere del segno, il
colore, la modalità, lo stile. Tutto ciò,
e molto ancora, rappresenta una sovrastruttura alla
singolarità espressiva. Si pensi, ad esempio,
alla poesia dal verso destrutturato: è ancora
poesia se messa a confronto con Dante, con Leopardi,
con Goethe? Chi si è cimentato con la traduzione
(che rappresenta poi la mediazione di qualcosa di
non-proprio, e richiede, da parte del traduttore,
di fatto una rinuncia a se stesso, alla propria espressione
individuale, nella ricerca della centralità
di ciò che si accinge a mediare) sa molto bene
quanto sia difficile rendere il ritmo di un testo.
Perché il ritmo è qualcosa di estremamente
ancestrale, di unico, che corrisponde al battito cardiaco
di ciascuno di noi, per definizione unico e irripetibile,
sottoposto a emozioni, rabbie, dolori e gioie estremamente
individualizzanti. Il superamento di questo ostacolo-
della mera individualità fine a se stessa,
la cui espressioni non necessariamente sfocia in opera
d'arte- è possibile soltanto se vi è,
alla base dell'opera d'arte, un progetto, una concettualità
vera e non un semplice susseguirsi di parole. O, nelle
arti figurative, di tratti, di colori.
Tutto può essere arte, dunque: lo ha dimostrato
il pittore Avgust Cernigoj, maestro triestino, che
ha saputo trasmettere il KOMPLEKS di cui parla Kosovel
(non a caso, essendo stati i due anche grandi amici)
anche ai propri allievi. Tra questi, anche a Edward
Zajec. Il quale, pioniere nell'ambito delle nuove
espressioni artistiche, ha posto in essere un KOMPLEKS
a se stante. Riconducibile alla sua ricerca personale.
L'arte è dunque soltanto menzogna? Forse. L'arte
è anche verità? Forse. L'arte è
ricerca? Si, l'arte è sicuramente ricerca.
E' concetto. E come tale, per se stessa, estremamente
illimitata e illimitante. Libertà. PESEM MORA
BITI KOMPLEKS.
Tatjana Rojc
Componente della giuria “The brain project –
2007”
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Arte digitale???
Non tutti gli artisti invitati hanno gradito partecipare
alla seconda edizione del concorso "The Brain
Project":
«Grazie per l’opportunità offertami
di partecipare al concorso, ma non mi occupo di arte
digitale in nessuna delle sue forme. Utilizzo mezzi
tradizionali, per lo più pittura ad oli. In
realtà, nonostante l’arte digitale possa
essere relativamente interessante, la disprezzo profondamente
e preferisco l’intimità di una mano umida
che applica il colore sulla tela. In definitiva, odio
i computer e la digitalizzazione, in quanto li percepisco
come simboli di creatività umana e di abilità
manipolatrici che si gettano dalla finestra.»
Questa romantica risposta fa riflettere sul significato
di questa forma dell'espressività umana. "Digitale"
è una di quelle parole che per non si sa quale
strana xenofilia si ha da noi l'abitudine di prendere
ed adattare, quando esistono termini altrettanto comodi
o ben più efficaci nella nostra lingua. Un
tempo specie vegetale medicamentosa con rischiosi
effetti venefici, usata ed abusata come aggettivo
o sostantivo, ora "digitale" indica invece
quell'informazione di qualsivoglia genere che venga
trattata dal calcolatore. Ma l'uso frequente delle
parole ne fa spesso dimenticare il significato originale,
appiattendone lo spessore semantico. Apprendere che
la parola "digitale" derivi dall'inglese
"digit", ovvero "dito" o "cifra",
poiché spesso con le dita si conta, è
cosa che talvolta desta meraviglia. Ma ancora più
stupore si ottiene in genere sottolineando che per
questo motivo l'aggettivo "digitale" è
del tutto equivalente, è sinonimo, è
uguale, è la stessa cosa di... "numerico"!
Ebbene sì. La nostra arte digitale non è
altro che arte numerica. Infatti l'immagine digitale
in ultima analisi è una matrice rettangolare
suddivisa in piccoli elementi quadrati detti "pixel",
ciascuno dei quali è suddiviso in tre fosfori,
uno rosso, uno verde, uno blu, ciascuno dei quali
a sua volta s'accende in una gradazione di luminosità
ben definita da un preciso valore numerico. In definitiva
chi tratta immagini digitali elabora lunghissime sequenze
di numeri.
Ma è davvero tanto arido questo campo pitagorico?
Dobbiamo arrenderci al più triste riduzionismo?
Si prenda ad esempio l' immagine seguente, un quadrato
di 100x100 pixel:
La sua rappresentazione numerica può essere
una relativamente breve sequenza di qualche decina
di cifre. Ma guardando con attenzione ad una certa
distanza dalla pagina si noterà che il riquadro
interno sembra sporgere dal foglio. È un effetto
banale, molto usato nella grafica computerizzata,
specialmente delle interfacce utente, per ottenere
a video il rilievo dei pulsanti. Quindi, in questa
seppur breve sequenza di numeri, in qualche modo risiede
il concetto di spaziale di "convessità".
Provi il lettore a capovolgere il libro e ad osservare
nuovamente il quadrato. Ora il riquadro interno sembra
incavarsi. Ebbene, questo è un davvero bel
mistero. La sequenza di numeri è rimasta la
stessa ma ora sembra indicare il concetto di "concavità".
Sembra proprio che il totale non corrisponda alla
somma delle sue parti.
O forse i concetti non risiedono nell'immagine, come
forse l'arte non risiede nel mezzo espressivo. Per
fortuna.
Paolo Trento
Responsabile e coordinatore del sito internet del
concorso
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